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Ricordando Milano, soltanto un anno fa – di Damiana Angione

14 Novembre 2020

Faccio colazione con mia figlia nella storica pasticceria Marchesi in Via Santa Maria della Porta dove la fragranza del caffè e del cioccolato si fondono all’eleganza antica degli arredi. Proseguo quindi la mia passeggiata mattutina, in solitaria, per Via Meravigli lungo la quale sento già pulsare la vita frenetica e concreta di questa parte città fatta di donne in tailleur e tacchi alti e uomini in cravatta e cartella che si imbucano di corsa in uno dei tanti uffici di cui pullula la zona.

Un’ occhiata distratta alle vetrine le cui saracinesche cominciano a sollevarsi, le soste ai tanti semafori… e seguendo i tram che si rincorrono, instancabili, mi ritrovo in Piazza Duomo. Come ormai faccio da anni, mi fermo ai piedi del monumento equestre a Vittorio Emanuele II e tiro il naso in sù a rivolgere un pensiero a Lei, alla “bela Madunina”.

Che tu sia credente o no, non si può fare a meno di ammirarla, di assicurarsi che è ancora lì ad ammantare col suo sguardo materno l’intera piazza simbolo di una città, talmente cosmopolita, da farmi sentire di casa e non una turista di passaggio.
Sacro e profano insieme, questo luogo mi restituisce un senso e di appartenenza affettiva e civica.

Se poi la giornata è soleggiata i riverberi dei raggi sulle guglie, elegantemente possenti, creano una luminosità che incanta e sento di essere talmente minuscola , quasi invisibile a quella schiera di statue che da lassù, ognuna rigorosamente al suo posto, vegliano instancabili sulle sorti della città. Il chiacchiericcio dei colombi, sempre tantissimi, e il loro incedere intrigante a catturare cibo e attenzione, rimettono in moto le mie gambe; altrimenti resterei a lungo a mirare e rimirare la facciata del Duomo e i suoi portali e a chiedermi, con l’ingenuità di un bambino, come sia stato possibile realizzare una tale magnificenza.

Pochi passi e sono in Galleria: lusso e storia si sposano maliziosamente in questo salotto buono di Milano. Qui sembra che il tempo rallenti la sua corsa per concedermi di gustare la bellezza del luogo. Una città nella città che descrive Milano operosa e colta. Non sono le borse o i gioielli che richiamano il mio interesse immediato, piuttosto i tavolini davanti ai caffè storici dove , tra i turisti facilmente riconoscibili, siede la borghesia milanese anche questa riconoscibile da un certo non so che nello sfogliare le pagine del giornale o fumare il sigaro.

Fasciata dalla luce che filtra dalla cupola in vetro, incedo prima su un lato, fino all’arco che affaccia su Piazza della Scala, poi sull’altro e mi soffermo davanti alla vetrina della boutique Borsalino i cui cappelli,di ogni foggia e colore, mi fanno pensare a mio padre che, come me, avrebbe ammirato questa città brulicante di contraddizioni, comunque in armonia.

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