Non calpestate i nostri diritti
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Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

24 Novembre 2020

Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989

IDENTITA’ (sunto degli articolo 7 e 8) Ogni bambino o bambina ha diritto alla propria identità e cioè ad avere un nome che venga scritto all’anagrafe e una nazionalità; inoltre ha diritto a mantenere, quando possibile, le relazioni con la propria famiglia.

* * * Storia di lei di Roberto Piumini (da “Non calpestate i nostri diritti”, Ed. Unicef/il battello a vapore)

Non calpestate i nostri diritti

Comincia qui la storia di qualcuno che non aveva niente, neanche il nome: io l’ho sentita, e ora la racconto, prima dicendo un dove, poi un come.

Il dove è sulle Ande, gran catena di monti dell’America Latina, grandissime vallate e altopiani: nacque lassù, ed era una bambina. Nacque da campesinos, contadini con poca terra e molta povertà: e certo, appena nata, ebbe un nome, Carmen, Eugenia, Ana, Luz, chissà. I suoi genitori, quando nacque, volevano che il suo nome restasse, ma per poterlo fare registrare dovevano pagare delle tasse. Soldi per quella spesa non ce n’era, così il suo nome non fu registrato; Ana, Eugenia, Carmen, quel che fosse, non fu mai scritto, solo pronunciato.
Per cinque anni visse sulle Ande, e aiutò la madre e le sorelle a lavorare i campi: le sue mani, già a quell’età, non erano più belle. Portava l’acqua, zappava la terra, raccoglieva la legna e le patate, impastava focacce: a cinque anni aveva già le mani rovinate. Sua madre la chiamava con il nome che non sappiamo, e diceva così: -…vedrai, quando sarai più grande, tu vivrai bene, non sarai più qui. Non farai più lavori di fatica, e mangerai ogni volta che vorrai, con vestito rosso andrai a ballare, e a casa, ogni tanto, tornerai”. Perché la madre di quella bambina parlava in quel modo? Perché c’era, nel villaggio, giù in basso, nella valle, la signora Jacinto, un’infermiera. La signora Jacinto, che sapeva il numero di figli di Marita, questo era il nome della madre, un giorno le aveva detto: - Ahi, che brutta vita, fanno i tuoi figli, su per la montagna, e soprattutto quella piccolina, come si chiama?...Ma sicuro! E’ forte? E’ intelligente? E’ carina? Sai cosa penso? Se voi me la date, la porterò in città, da certa gente che la terrà, la farà andare a scuola: se invece cresce qui, non avrà niente.
Ma tutto questo quanto costerà? - Aveva chiesto Marita, sperando. Rispose l’altra: - Farai a casa mia un po’ di pulizie, di quando in quando. Così, a cinque anni, con un nome che era una parola pronunciata, non scritta sulla carta, la bambina giù nella gran città fu trasportata. Ma cosa accade? Chi l’accompagnava da quella brava gente, si sbagliò? Oppure Jacinto era bugiarda? Che cosa accadde? Questo non lo so. Dopo un anno, lassù, quell’infermiera disse a Marita: - Si è persa in città: la polizia la sta cercando, e certo, un giorno o l’altro, la ritroverà. Ma se le cose stavano in quel modo chi cerca una bambina, chi la trova, se non ha un nome, se non ha una carta, se della sua esistenza non c’è prova? Ma non era così: quella bambina non si era persa, era stata venduta, per un po’ di denaro, a una famiglia, e stava lì, a servire, sconosciuta. Lei diceva: - il mio nome è… ma, per paura che fosse trovata, quelli glielo cambiarono in Lucia, e con quel nome falso fu chiamata.
E non andava a scuola, ma faceva, piccola serva, i molti lavori che occorrono: puliva, cucinava, e stava in casa, non andava fuori, perché dove può andare una bambina che non ha un nome, e nemmeno sa il nome del villaggio dov’è nata? Dove può andare, in una città? E lavorava lì, dove le davano almeno da mangiare e da dormire: era un fantasma che non ha nemmeno un nome proprio, che si possa dire. Dopo tre anni finì in una casa piena di gente, a lavare, ore e ore, i panni a tutti, nell’acqua bollente, e le sue mani erano un dolore Un giorno che, dopo la gran fatica, qualcuno ancora la picchiò, fuggì. Per un giorno e una notte vagò sola, mangiò rifiuti, e per strada dormì. Si risvegliò in un letto. Aveva accanto una giovane donna, un’assistente, che chiese il suo nome sorridendo, ma la bambina non rispose niente: Il nome antico l’aveva scordato, ma non disse “Lucia”, per paura di essere ritrovata dai padroni, così rimase zitta, ferma e dura. Poi in una grande casa fu portata, con molti altri bambini e bambine. C’era una scuola dove si studiava, e le maestre, delle signorine. Lei parlava pochissimo, ascoltava, e disegnava,scriveva, imparava. - Ricordi quando eri piccolina? - Chiedevano, ma lei non ricordava. Le diedero un nome, per chiamarla: il nome era Francisca. Dopo un po’ lei rispondeva a quel nuovo nome, e di Lucia si dimenticò. Quasi tutti i bambini, in quella casa, compivano gli anni a Natale, perché la loro età non si sapeva: era un compleanno generale. Lei, un Natale, compì undici anni, ed ebbe in regalo un libro grande, un po’ usato, ma le piacque molto, c’erano molte foto delle Ande. Un giorno, a marzo, a pagina novanta, vide una montagna con la cima che somigliava a un lama senza orecchie, e le sembrò di averla vista prima. Lo disse, allora, alla sua maestra, e la maestra, molto emozionata, guardò una carta, poi lesse il nome di un villaggio: “San Tomé de Plata”. E la bambina cantò una canzone che diceva così: “Santo Tomé, proteggici fin quando siamo vivi, e poi, da morti, prendici con te!”. E Gracia, la maestra, disse: - Sai, Francisca, presto noi faremo un viaggio! Lei la guardava, zitta. Gracia aggiunse: - lassù c’è neve, adesso, andremo a maggio. E quando venne maggio, prima in treno, poi sopra una corriera gialla e blu, le due arrancarono su per le Ande: - Guarda, Francisca! San Tomé, lassù! Lei stava ad occhi aperti, un po’ stordita, e le sembrava un sogno, e sorrideva, guardava, e d’improvviso pianse forte, perché guardava e riconosceva. E poi rivide sua madre, Marita, e Marita rivide sua figlia, e tutti che piangevano ridendo, tutto il villaggio insieme alla famiglia E dopo Gracia disse:- Noi, laggiù, la chiamiamo Francisca, ma qual è il suo nome vero? - E Marita disse: - E’ Consuelo - e la strinse a sé. Così ebbe il suo nome, dichiarato, scritto per sempre: fu lei che lo scrisse. Poi diventò maestra, e insegnò a scrivere ai bambini, finchè visse. Roberto Piumini “Chissà quante Lucia, Francisca, Consuelo, in ogni parte del mondo, sono ancora alla ricerca della propria identità, vittime della povertà, dell’analfabetismo e soprattutto della malvagità di adulti senza scrupoli.?! I bambini sono il nostro presente, il dopo di noi, custodi della noora Blu"stra memoria. Da adulti consapevoli e responsabili operiamo sempre per la tutela dei diritti non solo primari ( salute, alimentazil'one, benessere psico-fisico) ma anche di quelli culturali( istruzione, gioco, libertà di espressione…) perché i bambini sono più deboli degli adulti e non sempre si possono aiutare e difendere da soli. L’infanzia è quella stagione in cui si costruiscono le fondamenta per la vita e un bambino che cresce nell’amore, nel gioco , nella libertà sarà a sua volta un adulto consapevole, responsabile e felice.

Damiana Angione (socia e membro del direttivo de "L'Ora Blu")

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